LAURA CASNAGHI | Adozione e disturbo da deficit di attenzione e iperattività
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Adozione e disturbo da deficit di attenzione e iperattività

Adozione e disturbo da deficit di attenzione e iperattività

Casnaghi L., Carta N.; “Adozione e disturbo da deficit di attenzione e iperattività: un problema caldo. State of Mind”

Estate. Un campo estivo pieno di bambini. Sono vivaci, giocano e scherzano fra di loro. Partendo da queste informazioni, secondo voi, quanti di loro hanno un disturbo da deficit di attenzione e iperattività (DDAI)? La soluzione, facendo riferimento ai dati riportati dal sito dell’Istituto Superiore di Sanità riguardo all’epidemiologia del DDAI è circa l’1%. Se vi dicessi che gli educatori di questi bambini a sera si ritrovano sfiniti e stanchi dopo ore passate con loro, questa informazione modificherebbe la soluzione alla domanda precedente? No, non avrebbe nessun effetto. E se invece vi dicessi che molti di questi bambini sono mandati al campo estivo dai loro genitori adottivi? Se, andando a vedere i dati dei bambini del campo, ci accorgessimo che molti di loro sono stati istituzionalizzati per un certo periodo della loro vita? Queste informazioni che effetto avrebbero sulla risposta alla domanda precedente?
Abbastanza da modificare la risposta. Anzi, da non farci avere una risposta chiara.

Al VII Congresso Nazionale sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Padova, 2009), S. Giribone, I. Maraucci e D. Besana (SOC Neuropsichiatria Infantile dell’ A. O. di Alessandria) tennero un intervento intitolato “Adozione e ADHD”: durante la loro presentazione mostrarono che dai dati emersi nel loro reparto, il 12% dei bambini con diagnosi DDAI risultava adottato. Durante lo stesso intervento riferirono che, dal registro nazionale italiano, risultava che addirittura il 43% dei bambini diagnosticati DDAI in Italia erano stati adottati. Questi dati indicherebbero che, prendendo una popolazione di bambini con un gran numero di figli adottivi, la possibilità di trovare tra loro soggetti con DDAI aumenta.

Per quanto nei successivi Congressi nazionali italiani sul DDAI non siano più stati riportati interventi sulla sua prevalenza nei bambini adottati, la ricerca non ha tralasciato l’argomento.

Nel 2001 uno studio di S. DosReis, J. M. Zito, D. J. Safer e K. L. Soeken sull’affluenza ai Servizi di Salute mentale negli stati della zona medio-Atlantica degli Stati Uniti da parte della popolazione giovanile ha riscontrato una maggiore richiesta di cure da parte di minorenni affidati a cure adottive rispetto a giovani appartenenti ad altre categorie beneficiarie di aiuti statali; tra i disturbi prevalenti si presentava proprio il DDAI, insieme a depressione e disturbi dello sviluppo.

Se in questo studio all’interno del gruppo di bambini considerati affidati alle cure adottive vi erano sia bambini affidati a famiglie sia bambini istituzionalizzati, un successivo studio di K. L. Wiik, M. M. Loman, M. J. Van Ryzin e altri (2011) condotto tra il Minnesota e il Wisconsin, ha evidenziato uno specifico fattore di rischio per i sintomi ADHD nei bambini adottati dopo essere stati istituzionalizzati, rispetto ad altri bambini adottati o non adottati.

Uno studio del 2012 (N. Abrines, N. Garcons et al, 2012) ha messo in luce che il paese di origine dei bambini adottati influenza l’emergere dei sintomi ADHD e, in particolare, i bambini provenienti dall’Europa orientale mostrano maggiore iperattività e maggiori problemi di attenzione delle ragazze adottate cinesi. Inoltre i soggetti adottati con un attaccamento sicuro, mostrano problemi di attenzione e iperattività significativamente minori.
Nel 2013, M. M. Loman e collaboratori indagarono ulteriormente i correlati neurocomportamentali del funzionamento attentivo di bambini post istituzionalizzati: individuarono, tramite la misurazione del potenziale evento-correlato (EREPs) durante compiti attivanti le funzioni attentive, una minore attivazione in bambini post istituzionalizzati rispetto a bambini adottati non istituzionalizzati e a bambini non adottati.
I problemi rilevati nei compiti di attenzione sostenuta (difficoltà del controllo inibitorio e del monitoraggio delle funzioni cognitive) sarebbero compatibili con la maggiore prevalenza in questo tipo di popolazione di disturbi da deficit di attenzione.

Ma cos’è esattamente il disturbo da deficit di attenzione e iperattività e cosa sappiamo sulla sua eziologia?
Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività ha certamente un’origine neurobiologica ed è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo, che ostacola lo svolgimento delle comuni attività quotidiane e interferisce con il normale sviluppo psicologico (Marzocchi, 2003). Il bambino con DDAI spesso non riesce a orientare i propri comportamenti rispetto a quanto atteso dall’ambiente esterno, o in funzione del trascorrere del tempo e degli obiettivi da raggiungere. Inoltre, circa la metà dei soggetti con DDAI manifestano anche altre psicopatologie principalmente riconducibili a 4 tipi di sintomatologie, che riguardano comportamenti aggressivi, difficoltà cognitive (disturbi specifici dell’apprendimento, DSA), problemi associati all’emotività (disturbi depressivi e ansiosi) e quelli inerenti all’interazione sociale (interazioni difficili e rifiuti) (Righetti e Sabati, 2007). Affinché sia fatta diagnosi col DSM-5 (APA, 2013) di ADHD, sigla inglese del DDAI, i sei o più sintomi tra quelli elencati devono presentarsi prima dei 12 anni, mentre a partire dai 17 anni bastano cinque criteri per attribuire al soggetto un quadro da deficit di attenzione ed iperattività. I sintomi presentati si dividono, come nel DSM IV, in due ambiti: “inattenzione” e “iperattività e impulsività”.

Per quanto riguarda l’eziologia del disturbo, non sono state identificate cause dirette e sembrerebbe che siano le interazioni gene-ambiente a spiegare l’origine di questo disordine (Nigg, Nikolas, e Burt, 2010). Tra i fattori neurobiologici, si evidenziano differenze strutturali e funzionali in diverse regioni cerebrali come il lobo pre-frontale, il cervelletto e i gangli della base (Castellanos et al. 2002). Sembrerebbe inoltre che la maggior parte degli studi mostri evidenze a supporto dell’esistenza di un’influenza genetica nel DDAI (Faraone et al., 2005; Hudziak, Derks, Althoff, Rettew e Boomsma, 2005). Tuttavia altre pubblicazioni hanno contestato questi risultati (Joseph, 2000; Heiser et al., 2006).

Per quanto riguarda gli aspetti ambientali, essi sembrano influire sul manifestarsi del disordine, come fattori prenatali (tabacco e/o alcol consumato dalla madre durante la gravidanza, esposizione ad alti livelli di piombo, etc.) e fattori perinatali quali complicazioni alla nascita (Eubig, Aguiar, e Schantz, 2010; Purper-Ouakil, Lepagnol-Bestel, Grosbellet, Gorwood, e Simonneau, 2010). Infine anche variabili di ordine sociale ( stato socio-economico, dinamica familiare disorganizzata, psicopatologia famigliare) sono considerate elementi che favoriscono il presentarsi del deficit.
Non ci è ancora dato sapere con certezza quanto l’insorgere di un disturbo DDAI in bambini adottati sia dovuto all’influenza dell’istituzionalizzazione e quanto alle variabili legate ai genitori biologici.

Per quanto riguarda i casi di bambini dati in affidamento, uno studio danese (Fallesen e Wildeman, 2015) ha riportato che l’aumento del numero di trattamenti medici per il DDAI ha influito, diminuendone il numero, sui casi di bambini che sono stati dati in affido: la cura del disturbo ha infatti reso non più necessario l’allontanamento di alcuni minori dalle famiglie biologiche. Uno studio analogo condotto negli Stati Uniti ha trovato che il 75% dei bambini dati in affido aveva ricevuto diagnosi di DDAI prima del loro allontanamento dalle famiglie biologiche: tale dato suggeriva che i problemi comportamentali possono aumentare le possibilità che bambini con situazioni famigliari difficili vengano collocati in strutture o famiglie affidatarie (McMillen et al. 2005).

Alla luce di quanto esposto, individuare quali siano gli elementi che concorrono all’emergere di un quadro di deficit di attenzione e iperattività nei casi di adozione resta una problematica molto ampia, che non ha ad oggi risposte certe. Magari troveremo una soluzione proprio osservando i nostri iperattivi e disattenti bambini adottati che frequentano il campo estivo